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La crisi in pollici

6 Mar

– “Ma cos’è questa crisi? Paraparapappapà! Ma cos’è questa crisi? Paraparapappap…”
– Ma ti sei rincoglionito?
– Ué guajo’, sto solo cantando.
– E io sto servendo un cliente, se non l’hai visto.
Valter sbuffa, Michele si scusa e torna a parlare di toner col signore occhialuto.
Sara soffoca una risata a stento e io con un gesto le dico di lasciar perdere.
– Caffè?
Storce la bocca. – Sarebbe il quarto.
– Mica lo devi prendere tu.
– Ah grazie! – sorride.
Ci diamo un bacio virtuale e Valter finge di vomitare proprio quando una cliente mi chiama con un cenno.
– Scusi…
– Dica.
– Ieri ho letto su un volantino che avete dei monitor in offerta…
– Gli Asus, sì, ce ne sono ancora. Quale vuole?
– Quello per il computer.

– Ok, lo immaginavo – commento. – Mi chiedevo di quanti pollici lo vuole.
La signora sbatte le ciglia con disincanto: – Pollici?
– Sì.
– Cioè?
– “Cioè” cosa?
– Pollici numerici?
– Eh?!
Sara comincia a ridere e si allontana. Valter riprende a canticchiare Rodolfo De Angelis.
– Ma – riprende la signora, – intende le dimensioni? Ma si dice pollici? Ma in Italia non usiamo i centimetri?
Ok, no, non ce la posso fare: non ho intenzione di spiegare la storia delle misure degli schermi a questa signora. In realtà sarei tentato di dirle che dopo l’Euro i Pollici sono il grande cambiamento dovuto all’essere entrati nella UE, ma non so dove mi porterebbe questa strada.
– Quanto grande lo voleva, il monitor? Più o meno così? – chiedo ponendo le mani coi palmi rivolti l’uno verso l’altro a una quarantina di centimetri di distanza.
– Un po’ più piccolo.
– Venga, le faccio vedere dove sono.
– E’ lontano?
– No, solo trenta piedi.
– Trenta cosa?!
Dovevo dirlo.

E chi se ne frega

20 Feb

– Niente busta, grazie: risparmiamo plastica.
Michele solleva un sopracciglio, seguito dagli occhi, fino al mento, che fa sollevare tutta la testa di qualche grado per puntare lo sguardo sul cliente.
Ci risiamo.
– Non è plastica risparmiata, ci hanno già fatto un sacchetto – sentenzia con una smorfia.
Il ragazzo è spiazzato, poi ha la malaugurata idea di voler rispondere.
– Ma se tutti facessero come me verrebbe usata meno plastica per i sacchetti.
Michele guarda altrove: – Sse, devo dedurre che non ha idea di quante migliaia di sacchetti consumiamo ogni mese.
Il ragazzo corruga la fronte: – Beh, comunque…
– Comunque – lo interrompe Michele, – se lei il sacchetto lo riutilizza, anziché buttarlo, allora sì, sarà plastica risparmiata.
Quanto gli piace fare questa osservazione. Da quanto qualche filosofo in erba l’ha riportata su Wired, lui l’ha fatta diventare uno dei suoi personali Dieci Comandamenti – prima di “Stai mentendo” e dopo “Non avrai altro dio all’infuori di me“.
Il ragazzo sorride il sorriso di circostanza che Jack Nicholson, dall’alto dei suoi tre premi Oscar, non è mai riuscito a interpretare. Afferra il sacchetto, e se ne va.
– E’ uno stronzo – dice la bambolina voodoo rivolta a Michele.
– Sei uno stronzo – dico a Michele. – Non l’ho detto io, l’ha detto la bambolina voodoo.
– E il mio portapenne ti ha appena detto “Fottiti”.
– Stronzo.
– Fottiti.
E ce ne fottiamo. Come sempre.

Dialoghi (di un commesso) al limite

21 Ott

   – Hai finito?
   – Ho finito che?
   Scribazzo un appunto a matita sul bancone del reparto. La bambola voodoo mi guarda con disappunto dal basso del suo unico occhietto nero.
   – Hai finito di sporcare il bancone?
   – E' matita: si toglie.
   – Scommetto che lo facevi anche alle superiori.
   – Tutti lo hanno fatto, alle superiori.
   – E allora? Proprio perché tutti sbagliano non dovresti farlo.
   – Ma che ne vuoi sapere tu? Sei solo una bambola di pezza.
   – Di sicuro so che i tuoi coetanei ora sono più maturi di te.
   L'afferro e la rigiro a faccia in giù. Poi ci ripenso, l'acchiappo per una gamba e la sbatto sul bancone come fosse un polipo condannato. Non urla. La mia coscienza è salva.
   Quando alzo la testa una ragazzina in pieno sviluppo è lì a fissarmi con una custodia della Samsung in silicone trasparente. Allungo la mano e me la dà.
   – Non mi sbatti, vero?
   Alzo lentamente le mie pupille sulle sue, che improvvisamente realizzano e si dilatano mentre il tipico rossore dell'imbarazzo si fa strada a chiazze su guance e fronte.
   – Ragazzina… – dico.
   – Volevo dire… la cosa… la scatola! – balbetta.
   Sospiro, batto il prezzo, strappo lo scontrino, guardo oltre: – Il prossimo.

Dancing in the neonlight

9 Set

   Si avvicina. Mi fissa. Rimango immobile. Poi strabuzza gli occhi, storce la bocca e con uno scatto mi tocca il naso con l'indice destro.
   – Barbra Streisand! Uuh-uuh-uh-uuh-uuh-uh-uuh-uuh-uh-uuh-uh-uh! Uuh-uuh-uh-uuh-uuh-uh-uuh-uuh-uh-uuh-uh-uh! Uuh-uuh-uh…
   Si allontana su un improbabile moonwalker, sbatte contro una vetrina, fa uno sgambetto a una signora, perde l'equilibrio e quasi cade a terra. Poi corre via.
   – Ma chi cazzo…
   – Non lo so Valter, sta zitto. Sta zitto e fammi finire 'sta cazzo di giornata che, guarda, mi ci manca solo un pazzo che… Ah, sta zitto.
   Mi abbasso sul PC e chiudo occhi e orecchie.

Figli di un dio minore

26 Mag

   La vedo, mi vede. Anzi no, mi punta. Pungente, eccentrica, superba, tremenda, esasperante. In una parola: peste. Lei sa che io so, ma sa che so che sa che non ce la farò.
   Mi hanno insegnato a non arrendermi. I clienti dell'ultimo minuto prima della chiusura, i prodotti riconsegnati senza lo scontrino, gli ordini arrivati con danni irreparabili, i superiori rompiscatole, i turni della domenica… Tutti mi hanno insegnato a non darmi mai per vinto.
   E allora corro, corro più di Bolt e Forrest messi insieme, corro come il soldato verso Samarcanda, corro controvento e col suo sguardo fisso sul mio.
   Come a rallentatore mi vedo allungare le braccia, sbattere le palpebre, aprire la bocca, muovere la lingua, dare fiato alla gola e urlare "Aspetta!" e subito dopo "Ferma!".
   Come a rallentatore le vedo sgranare gli occhi, poi socchiuderli, abbozzare un sorriso, mostrarmi i denti, raddirzzare la schiena, aprire le mani e lasciar cadere con un tonfo un pacco di giornali bagnati sopra un televisore Samsung da 2.000 €.
   Mi fermo, inspiro, mormoro cose che non si possono scrivere.
   Lei sorride, un sorriso sdentato: Satana si incarna in una bimba di 8 anni, adesso? No, lo capisco un attimo dopo: la madre, lì accanto, guarda la figlia, sorride, alza gli occhi al cielo, mi fa un cenno con le spalle.
   – Bambini… – commenta.
   – Madri – rispondo.

   – E dove diavolo li ha presi dei giornali bagnati? – Mi chiederà Michele venti minuti dopo, mentre tentiamo di salvare il Samsung armati di scottex e carta igenica.
   – Suppongo nello stesso luogo dove ha preso i genitori – sarà la mia risposta.

Il compito delle nuove generazioni

16 Mag

   – Cos'è questa? La canzone dell'amicizia?
   – Scusa Dante, è la suoneria per i promemoria.
   Agito la mano in aria per dire a Mario di lasciar perdere e torno a guadagnarmi le ore con del duro lavoro al PC del reparto: 'sto coso ha deciso di non masterizzare l'ultimo disco di Giusy Ferreri.
   – Che fai?
   – Niente! – Salto con un click sulla finestra degli ordini. Alle mie spalle Valter scruta lo schermo poco convinto.
   – Amme nun pareva "niente", guajò.
   – Valter…
   – Tranquillo Dante-san – strizza l'occhio, – la Giusy piace pure amme.
   – N-non è per me – balbetto, – è per mia sorella.
   Ridacchia, alza le spalle, si guarda attorno, poi dalla tasca tira fuori un cornetto e lo addenta: posso vedere dei batuffoli di tessuto staccarsi dalla crosta glassata e volteggiare nell'aria.
   – Fuoi un pehffo? – ciancica porgendomi il cornetto. Scuoto la testa e torno al PC.
   – Scusi…
   "Scusi" non è un verbo, è un anatema, l'infernale parola schiusa dalle ingannevoli labbra di un demoniaco interlocutore. Anziano, in questo caso, e solo Dio e i commessi sanno cosa vuol dire servire un vecchietto nel reparto "Multimedia" di un grande centro commerciale. Spero tanto che si sia perso.
   – Dica – dico.
   – Ieri ho comprato questo cellulare.
   Mi mostra un Samsung appena uscito dal forno e come fossi Proust il suo odore mi riporta a ieri pomeriggio, quando l'attempato signore venne da me con passo deciso per comprarlo.
   – Non funziona? – chiedo, pronto a spedirlo all'Assistenza Clienti.
   – No, cioè, sì… non è proprio questo il punto.
   Ok, la cosa si fa difficile.
   – Non capisco.
   – E' che è complicato.
   Complicato?
   – Complicato?
   – Sì, il cellulare dico.
   Mi gratto il mento. – Non credo di capire.
   – Ecco, è troppo complicato: non riesco a usarlo.
   – Ah.
   – Ma voglio tenerlo eh, voglio proprio questo!
   Mmm… – E, dunque, cosa posso fare per lei?
   – Mi può spiegare come funziona.
   Attimo di stordimento. – Come?
   – Mi spiega come funziona il cellulare.
   Non ho ricevuto. – Come?
   Il signore si aggiusta gli occhiali, tiene il telefonino saldo nella sinistra e gli punta contro l'indice della destra. – Mi insegna ad usare questo cellulare? Quello che ho com…
   – Sì signore, ho capito, ma si rende conto di…
   No, aspetta, che sto dicendo? Questo è venuto qui da casa per chiedermi una lezione gratuita su "Come usare il telefonino troppo complicato da 190€ che hai appena comprato senza saperlo usare": palesemente non si rende conto di.
   – Mi spiace, signore, è contro la legge.
   Lo soprendo.
   – Cioè?
   – Conflitto di interessi: non posso essere contemporaneamente quello che le vende il cellulare e quello che le spiega come usarlo. Scatta il legittimo impedimento, mi licenziano.
   – Ah… – è confuso, ma non ancora convinto.
   – Per questo ci sono dei corsi apposta – chiudo.
   Annuisce: la cosa ha senso, a quanto pare.
   Serra le labbra in un'espressione comprensiva. – Mannaggia, e a chi posso chiedere?
   – Secondo me suo nipote ne sa abbastanza da spiegarle tutto con calma e precisione.
   "Ma certo, mio nipote! Come ho fatto a non pensarci prima?!" dice il suo volto. Sorride, mi ringrazia, se ne va. Signore e signori: sono un mito.
   Qualcuno mi bussa alle spalle.
   – Legittimo impedimento? – chiede Valter.
   Stirzzo l'occhio. – Impara fratello: questa è arte.
  

Principio di un'epidemia

8 Feb

   – Mi *coff coff* dica pure *coff coff*, signora *coff*.
   La sessantenne tarchiatella mi spara in petto un paio d'occhiatacce.
   – Certo che se siete così malati dovrebbero farvi stare a casa.
   – Che gentile *coff coff*, grazie per la sua compr…
   – Altrimenti ci infettate tutti.
   Stiamo lavorando per voi.
   *coff*