Non è il momento

6 Feb

Freddo, piove, freddo. Cerco di ricordarmi perché nonostante il gelo continuo a vestirmi solo con una felpa di cotone e una t-shirt dei Ramones. Sara dice che prima o poi mi prenderà un accidente. Io dico che ha ragione.
Valter si fuma una sigaretta davanti all’ingresso. Mi vede, fa un cenno, accosto.
– Bella zio.
– Bella lì, Dante-san.
– Che si dice?
Scuote la testa.
– Attacchi ora?
Annuisco.
– Mi aspetti?
Guardo il cellulare. – Sì, ho ancora qualche minuto.
La figura allampanata di Mario spunta per metà dal portone. Ci saluta, ricambiamo.
– Non venite?
Valter alza due dita con la sigaretta in mezzo.
– Guarda che Jonathan s’arrabbia se fai di nuovo tardi – ridacchia Mario.
– Eh sì, me lo immagino chillo lì – risponde Valter.
– Probabilmente ti mette a riordinare i DVD come la settimana scorsa.
– Sì, quando ho beccato quel porno! Minchia che muso che ha fatto quando ho beccato quel porno in mezzo ai DVD! Ma chi l’ha ordinato? S’è saputo, poi?
– No – sorrido, – ma un mezzo pensiero ce l’avrei.
– Dite? Lo sapete? – ci interroga Mario.
Schiocco la lingua e faccio segno di no. – Però Jonathan s’è incazzato a morte, era tutto rosso.
– Ahahah, sì minchia guajo’, dava ordini a tutti: “Adesso fai così!”, “Tu vai di là!”.
– Ahahah, vero! Che poi non ce la fa a essere serio con noi.
– No, minchia!
– Cioè, lui ci prova, ma con noi non ce la può proprio fare.
– “Dante, muoviti con quegli ordini!”
– Una parodia del padre autoritario.
– “Forza! Scat-tare! Un-due, un-due…”
– Eheheh, sì: “Risali a bordo, cazzo!”
Il commento-con-sorriso di Mario azzittisce tutto. Non si muove una foglia, non fiata un animaletto, nemmeno le macchine passano più. Valter ed io lo guardiamo muti come un film d’inizio ‘900. Il sorriso di Mario tentenna, comincia a ritirarsi, si raggrinzisce fino a farsi dubbio. Ci guarda, s’interroga, prende fiato per dire qualcosa. Gli togliamo lo sguardo e saliamo gli scalini.
– Dai regà…
– Cazzo Mario… – commento laconico.
– Dai, ma era…
– Guajo’ guarda sta zitto che… – Con un scatto Valter colpisce il portone d’ingresso, facendolo vibrare. – Porcocazzo!
Mario ammutolisce. Ce lo lasciamo alle spalle mentre entriamo nel corridoio-dipendenti.
– Non avrai esagerato? – sussurro dopo un po’.
– Sta buono che pe’ fa’ ‘sta minchiata mi so’ sfrantumato u’ dito.

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Specchio riflesso (3)

30 Gen

– Specch…
– Specchioriflessopertuttol’universo.
Lo dico con determinata nonchalance, le dita incrociate, i palmi contro Valter, che mi guarda come una foca ripresa da Jacques Cousteau. Che non so se abbia mai ripreso una foca. O se abbia mai fatto riprese. Resta comunque l’unico esploratore che mi viene in mente al momento – sebbene non abbia nessuna attinenza con quello che sto facendo.
– Specchio riflesso per…? – mormora Valter.
– Specchio riflesso per tutto l’universo – ripeto.
– E che sarebbe?
– Lo specchio riflesso assoluto.
– Eh?
– Se ti faccio uno specchio riflesso per tutto l’universo qualunque altro specchio riflesso non avrà effetto su di me.
– E perché?
Alzo le spalle in uno sdegnoso segno di saccenza: – Perché è uno specchio riflesso per tutto l’universo.
– Ovvio – commenta Michele passando di qui senza fermarsi.
Valter resta immobile qualche istante. Non capisce bene, sembra confuso. Incrocia di nuovo le dita, stavolta senza convinzione.
– Specchio rif…
– Bah, non mi fa più effetto – dico dandogli le spalle.
– Minchia guajo’: m’hai rovinato il gioco – piagnucola.
Alzo il dito medio e mi allontano.

Specchio riflesso (2)

23 Gen

– Specchio riflesso!
– Diobbuo… (Mi scusi signora).
Afferro Valter per un gomito e lo trascino dietro la corsia.
– Valter!
– Dante!
Gli metto un indice davanti alle labbra.
– Cosa c’è? Che hai? – chiedo.
Valter fa un’espressione stile cerbiatto sul punto d’essere investito da un auto che corre di notte coi fari accesi… Dove l’ho già vista questa?
– Perché continui a perseguitarmi con ‘sta storia dello specchio riflesso? – abbaio. – Non vedi che sto con una cliente?
– State insieme?
Alzo gli occhi al controsoffitto: dillo che ce l’hai con me, Dio, avanti. Io volevo fare lo psicologo, e tu mi hai circondato di matti. E’ un po’ la versione reale dell’incantesimo “Desiderio” di Dungeons & Dragons: tu esprimevi un desiderio tipo “Voglio essere pieno di soldi”, e il Master ti fregava ficcandoti le monete d’oro nel buco del…
– Comunque sia: smettila, ok? Idiota…
Per tutta risposta Valter incrocia le dita e rigira i palmi verso di me: – Specchio riflesso!
E scappa via.
Voglio che Valter sia pieno di soldi.
…funziona?

Specchio riflesso (1)

16 Gen

– Specchio riflesso.
– Cosa?
Valter strizza l’occhio. – T’ho fatto specchio riflesso, guajo’.
Sara si arriccia una matita tra i capelli mentre tenta di fare dei conti. – Valter per fare “specchio riflesso” c’è qualcosa da riflettere – dice. Libera la matita e cancella qualcosa con la gommina rossa.
– In effetti stavo riflettendo sulla crisi – mi accodo.
Sara mi guarda perplessa. – Adesso lo appoggi?
– No, è che…
– Sai che se lo appoggi finisce male.
Valter ridacchia: – Finisce male guajo’, finisce male!
Alzo le mani. – Ok, fermi, non ho intenzione di imbarcarmi in questo.
In cosa diavolo mi stavo per impantanare? Mi allontano aspettandomi una coltellata alle spalle.

Il dilemma di Superman

9 Gen

Siedo sull’ultimo gradino di uno degli ingressi del Centro, nelle cuffie una canzone come tante. Il cielo è grigio, ma a Roma è sempre così in questi mesi. Che è bello, penso, perché poi a ogni giorno di sole senza nuvole, quando il cielo è di quell’azzurro al limite del bianco, quando il sole in realtà non si vede ma sai che è lì, perché i suoi raggi sbiechi brillano su tutto quello che hai attorno – i palazzi, il raccordo, i campi o le colline quando mi affaccio da casa mia – a ogni giorno come quelli gli sorridi come a un giorno di festa. Pensarci già mi fa star bene.
Un paio di vecchie Converse All Stars nere. Jonathan.
– Hai preso a fumare? – gli faccio.
Tira un paio di boccate.
– Da quando sono single – mi fa.
– Non… – Mi tolgo le cuffie. – Sei single?
Un’altra boccata, poi il fumo da un sorriso amaro. – Già, beh, Buon Natale.
– Cazzo… ma che…?
– Guarda, niente psicologi oggi. Facciamo finta che sia tutto normale. – Aspria un altro po’ di fumo, poi mi guarda. – Te? Ormai part time fisso, ve’?
Alzo le spalle.
– Fai bene – dice sedendosi.
– Ieri ho letto di un collega trentatreenne che la mattina fa consegne alimentari e il pomeriggio lavora in clinica.
– In sala mensa?
– Buona questa.
Un ulltimo tiro.
– Che fai se un paziente ti riconosce mentre lavori qui?
– Impossibile.
– …?
– Non ho gli occhiali.
– Mh. E funziona?
– Con Clark Kent funziona.
Annuisce.
Rimaniamo in silenzio a contemplare il marciapiede, le poche macchine che passano, una signora che rimprovera il figlio, inspirando solo l’aria tiepida di fine mattina, ascoltando quello che si muove.
– Solo che – interrompe Jonathan – Clark Kent gli occhiali non li indossa quando è Superman.
Mi mordo un angolo del labbro. – Questo è il dilemma.
Un signore ci chiede delle indicazioni, ma non sappiamo rispondere. Ci saluta ringraziandoci.
– Che poi – continua Jonathan – secondo te chi è quello vero?
– Cioè?
– Cioè, Superman è una copertura di Clark Kent, o è Clark Kent ad essere una copertura di Superman?
– Cazzo Jonathan…
Discorsi troppo impegnativi per questo inizio d’anno.
Aspettiamo un altro po’.
– E un Superman con gli occhiali? – chiede alla fine Jo.
– Non convince nessuno. E poi non è pratico.
– Perché?
– Dovrebbe cambiarli tutte le volte che spara i raggi laser dagli occhi.
Ride, sono contento. Si alza e mi tende la mano. – Tocca rientrare.
– Tu. Io ho finito, qui.
– Ah, ok. Allora buon pomeriggio, Clark.
– Ciao vecchio.

(ri)Benvenuti

5 Gen

Cari tutti,

Splinder ha collassato, io ho no. Ergo: eccovi “Cronache di un lavoro qualunque” hosted by WordPress.
Brevemente per chi vuol sapere: di che sto parlando? “Cronache” è un blog in prima persona sulla vita di un commesso romano. La fantasia è molta, ma la realtà la supera: per gli spunti vi basta andare in un centro commerciale e dare un’occhiata a cosa accade ai dipendenti, oppure farvi assumere da Auchan e sperimentarlo in prima persona
[Attenzione, questo non è un messaggio per indurvi a farvi assumere da Auchan. Fatevi assumere da Auchan a vostro rischio e pericolo]

Grazie ai preziosi aiuti di chi ha seguito “Cronache” in questi anni, ho traslocato e, come tutti i traslochi, noterete un po’ di disordine: se me lo fate notare non mi offendo, anzi! E poi è tutto ancora da arredare, quindi ci saranno un po’ di cambiamenti: anche qui, ogni suggerimento è benvenuto.

Nell’ultimo anno ho scritto di meno per via di cambiamenti nella mia vita personale e soprattutto lavorativa. Nei mesi più recenti ho fatto più assenze ingiustificate io che Bart Simpson alle superiori e mi spiace molto, perché Bart è un ottimo studente: è intelligente, ma non si applica.

Chiariamo: il desiderio di scrivere c’è, la voglia no.
Com’è possibile?
Di cose da raccontare ne ho tante e poi a me piace scrivere, soprattutto con lettori capaci di stimolarti, come ne ho incontati in questi anni: credo di essere stato molto fortunato… Ma quando il carico di impegni aumenta e il (nuovo) lavoro ti prende tanto – e, peggio ancora, ti piace – capita che alla sera, chiusa la porta, tolte le scarpe, seduto sul sofà, l’energia per mettersi a scrivere un nuovo racconto decade. Se poi consideriamo che il 50% del mio lavoro attuale lo faccio davanti al PC (promozione, aggiornamento, formazione, ecc.) non ho neanche bisogno di chiudere la porta, togliermi le scarpe e sedermi sul sofà per farmi mancare la voglia di mettermi a scrivere davanti al computer.

In realtà ho detto tante volte queste parole, in forme diverse. Sento un bisogno tremendamente forte di giustificarmi, perché con un blog arriva un momento in cui smetti di scrivere solamente per te; o almeno, per me è arrivato e vorrei ringraziare tutti per il piacere che mi date nel cimentarmi in queste nuove righe. Non so se ce n’è bisogno, non so neanche se è bene comunicarlo, ma personalmente, come persona appunto, il bisogno lo sento. Credo che sia questo il primo motivo per cui ho migrato “Cronache”.

Messo il punto a questo, parliamo di quest’altro.
Cosa succederà al blog? Il desiderio è tanto, la voglia vorrebbe essere altrimenti ma è come un cinquantino ingolfato… dunque, che si fa?
Si continua.
Ci provo.
Ci riesco?
Non lo so, evito i pronostici. Però ci provo, ok? E se non va, scriverò la degna conclusione di questi bei anni passati assieme.
Quale sarà la cadenza? In linea teorica, diciamo una volta a settimana. In pratica, diciamo aperiodica. Per tutto gennaio la linea teoria è mantenuta: attendo responsi divini per il futuro.

Vi abbraccio e vi auguro un buon inizio secondo anno della seconda decade del secondo millennio… è una bella coincidenza, questa.
Dante

Dialoghi (di un commesso) al limite

21 Ott

   – Hai finito?
   – Ho finito che?
   Scribazzo un appunto a matita sul bancone del reparto. La bambola voodoo mi guarda con disappunto dal basso del suo unico occhietto nero.
   – Hai finito di sporcare il bancone?
   – E' matita: si toglie.
   – Scommetto che lo facevi anche alle superiori.
   – Tutti lo hanno fatto, alle superiori.
   – E allora? Proprio perché tutti sbagliano non dovresti farlo.
   – Ma che ne vuoi sapere tu? Sei solo una bambola di pezza.
   – Di sicuro so che i tuoi coetanei ora sono più maturi di te.
   L'afferro e la rigiro a faccia in giù. Poi ci ripenso, l'acchiappo per una gamba e la sbatto sul bancone come fosse un polipo condannato. Non urla. La mia coscienza è salva.
   Quando alzo la testa una ragazzina in pieno sviluppo è lì a fissarmi con una custodia della Samsung in silicone trasparente. Allungo la mano e me la dà.
   – Non mi sbatti, vero?
   Alzo lentamente le mie pupille sulle sue, che improvvisamente realizzano e si dilatano mentre il tipico rossore dell'imbarazzo si fa strada a chiazze su guance e fronte.
   – Ragazzina… – dico.
   – Volevo dire… la cosa… la scatola! – balbetta.
   Sospiro, batto il prezzo, strappo lo scontrino, guardo oltre: – Il prossimo.