Commessi antistress (4)

11 Mar

   Quella volta avrò avuto 11 o 12 anni. La professoressa di storia mi aveva messo una nota sul diario, la diciassettesima dall’inizio dell’anno. Con che coraggio si va dai propri genitori a chiedergli di firmare la diciassettesima nota dell’anno, considerando che l’anno non era neanche iniziato da un granché? Tornato a casa stavo malissimo, ero disperato. Mia madre mi chiese "Cos’hai fatto, Dante?" e io mormorai un rauco "Niente", ma ero bianco e smunto in faccia e percorso dai brividi elettrici dell’ansia. Così pregai. Rammento ancora un’immagine nitida di me, nanetto coi capelli castani a caschetto, che nella vastità della sala da pranzo guardavo lontano oltre la finestra, chiedendo a Dio di far dimenticare della nota alla prof (cosa impossibile, dato che s’era segnata sul registro di controllarla l’indomani) e ripetendogli che, dopotutto, si trattava solo di un piccolo desiderio. Il giorno dopo la professoressa non venne e neanche quello dopo ancora e così per due settimane: si era beccata una brutta influenza intestinale. Al suo ritorno non si ricordò né di controllare la nota, né il registro.
   Ma assieme al ricordo di questa esperienza più reale di quanto non sembri mi viene in mente un’altra immagine, risalente a dieci giorni fa: il prete che bussa alla mia porta per benedire la casa e io che, disturbato durante la prima mezz’ora di pausa in una giornata intensissima, lo allontano dicendogli "Mi spiace, siamo buddhisti".
   Ecco, credo che questo preciso istante sia quello in cui Dio e Buddha si sono accordati per vedermi e farmela pagare.
   L’uomo si volta con una minacciosa lentezza, gli occhi puntati su di me come fucili sul condannato a morte, l’indice come una lancia pronta a trapassarmi il costato.
   – Mi avevi detto che tu sei il capo reparto.
   Jonathan, alle sue spalle, spalanca gli occhi e mi fissa incredulo. Percepisco l’ira salirgli lungo il collo e sulla lingua prima di tramutarsi in parole.
   – Ha ragione.
   Cosa?
   Il cliente si gira di scatto. – Come sarebbe a dire? Mi ha appena detto che il capo reparto è lei.
   Jonathan sfodera uno dei suoi fantastici sorrisi. – Mi sono confuso: volevo dire che sono il capo settore. Sa, ero capo reparto fino a poco fa e ancora non mi sono abituato a… – Gesticola conciliante con le mani. Tecnicamente ha detto la verità: anche se su carta è ancora capo reparto gli stanno affidando sempre più mansioni da capo settore, aspettando fino a l’ultimo prima di cambiargli contratto. Le classiche vicende all’italiana.
   L’uomo tentenna un attimo e per la seconda volta nell’arco di cinque minuti viene a crearsi quell’atmosfera di consapevole menzogna costruita assieme; ma stavolta non gli darò il tempo di ricordarsi di cartellini ed etichette.
   – Il signore voleva il Samsung lì esposto – comincio a spiegare.
   – Che è l’ultimo! – precisa irriverente.
   – E’ l’ultimo, come gli ho spiegato.
   – E non sa nemmeno quando torna! – mi accusa.
   – Esattamente – confermo pacato; Jonathan annuisce attento. – Avrebbe preferito un prodotto di magazzino, ma alla fine ha compreso la situazione e ha deciso di comprare il televisore esposto. Ora ci chiedeva se è possibile…
   – Beh, io mi auguro che sia possibile – commenta acido.
   – …se è possibile fornirgli un servizio di assistenza…
   – Gratuito!
   – …gratuito, che vada a ritirargli il televisore a casa se mai non dovesse funzionare.
   – Proprio così – conclude soddisfatto, servendomi un’occhiata alla "Ora il tuo superiore ti farà fare una bella figura di merda accontentando tutte le mie richieste".
   Jonathan annuisce serio, poggiandosi l’indice sulle labbra. Poi parla.
   – Se questo servizio di assistenza che desidera non fosse disponibile, lei comprerebbe comunque il televisore?
   L’uomo viene colto alla sprovvista da una domanda evidentemente inaspettata: non si era mai posto il problema. Guarda il pavimento un istante, poi rialza gli occhi fieramente. – Naturalmente no.
   Jonathan fa un passo in avanti. – E allora guardi, torni pure a casa senza arrabbiarsi ulteriormente: nessuno la sta obbligando a comprarlo puntandole una pistola alla tempia. – Poi alza gli occhi su di me facendomi un cenno con la testa. – Vieni Dante, ho bisogno di te in magazzino.
   Impressionato, leggermente smarrito, saluto il signore oltrepassandolo, accompagnando Jonathan che già si incammina verso l’ultima corsia del reparto, lasciando il signore a rosolare sul fuoco della sua indignazione.

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6 Risposte to “Commessi antistress (4)”

  1. utente anonimo 11 marzo 2010 a 5:05 PM #

    Immagino che però dopo che Jonathanti ha salvato e gli hai "sottratto" il titolo di capo-reparto, anche se temporaneamente ha avuto quello di capo-settore, in magazzino più che chiedere il tuo aiuto, sarai stato tu a implorare aiuto… a Dio o forse a Buddha? 😉

  2. Ele87 11 marzo 2010 a 6:42 PM #

    "Mi spiace, siamo buddhisti" grande! 

  3. bjby89 11 marzo 2010 a 7:53 PM #

    e poi? cos'è successo? Sono curiosa ^^

    certo che a questo mondo c'è gente cafona… non è carino che quel tizio ti abbia trattato così

  4. utente anonimo 11 marzo 2010 a 9:50 PM #

    ora VOGLIO sapere cosa ti ha detto jonathan sulla strada verso il magazzino 🙂

    sa30a

  5. utente anonimo 12 marzo 2010 a 8:27 AM #

    Concordo con la silente vendetta del Tizio del piano di sopra: e povero prete, Dante! Comunque la vicenda è stupenda, e Jonathan una persona decisamente intelligente, fagli i complimenti da parte mia. Mi spiace solo di dovere partire stasera e non sapere fino a lunedì se e come sarà "Commessi (5)". Ad ogni modo, buon weekend.

    Bongio

  6. utente anonimo 12 marzo 2010 a 9:09 AM #

    ahahhaha grande, la risposta di jonathan è spiazzante, ahhahahah

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