Venerdì mattina ore 8:32: dopo il tramonto

19 Feb

   – Sguiscia la biscia e… scivola via!
   Michele si gira sbadigliando. – Eh?
   Scrollo le spalle. – Niente, niente. Che dici, pausa caffè?
   – Di già? Abbiamo appena aperto, c’è un sacco di roba da sistemare… Jonathan ci ammazza. – E detto ciò, torna a sfogliare l’ultimo numero di "Wired".
   Tiro su col naso. – Ci stiamo impigrendo.
   – Mh?
   – Davvero. Un tempo mi piaceva lavorare qui.
   – Ma non è vero.
   – Ma sì!
   – Ma non dire cazzate!
   Do un’occhiata alle unghie, togliendomi quel po’ di sporco da indice e anulare. Il reparto si concede un’insolita calma, giusto per farci sbadigliare un po’. I corridoi vuoti, gli scaffali ancora in ordine, i pochi echi di passi sommessi persi in questo enorme spazio colmo. Colmo di cosa, poi? Non saprei, ma è così colmo, così pieno di cose, così strabordante di oggetti privi di significato (almeno la maggior parte, almeno per me) che mi sento isolato, solo, lontano da tutto.
   – Vado a fare un giro per le corsie.
   – Fa come ti pare.
   La roba, qui, è come un insieme polveroso di mobili e soprammobili. Ogni tanto c’è qualcosa di nuovo, raramente di diverso – e in quel caso è come una festa, come un evento a cui partecipiamo tutti, più per spezzare la linea continua dell’immobilità, che per vero interesse. E’ una vecchia casa, questo reparto, una di quelle vecchie case romane, giallastre, con la carta da pareti ruvida, ingrossata dall’umidità e semiscollata ai bordi; con piatti e mestoli di acciaio appesi su una parete della cucina come poesie crepuscolari, e le stoviglie lasciate ad asciugare vicino al lavello, su un canovaccio; con i sanitari incrostati – quella sporcizia che filtra chissà come sotto lo smalto per rimanerci per sempre – e i muri pallidi di un bagno senza finestra; con una camera da letto né piccola, né grande, ma nemmeno giusta, dove l’armadio e i comodini e un paio di sedie e il letto sono lì perché ci devono essere, non perché appartengano davvero a quel luogo. E tu sei a casa, sai di essere a casa, ma ti senti familiarmente estraneo.
   Cammino lungo questi corridoi, contemplati dalla luce al neon, come fosse quella che si diffonde subito dopo il tramonto: debole, smunta, malinconica. Poi mi fermo, e resto ad ascoltare l’abituale silenzio di queste pareti.
   – Ehi. – Michele arriva senza farsi sentire e mi appoggia una mano sulla spalla. Ci guardiamo qualche istante, in silenzio. Alza il mento in un movimento irregolare, come per chiedere qualcosa. Io faccio un impercettibile smorfia con la bocca, poi rimando il gesto per chiedergli io che cosa succede. Attende un attimo ancora, prima di rispondere. – Avrei bisogno di te, di là: c’è un roll da scaricare. Puoi?
   Automaticamente annuisco con un fremito del capo. Lui annuisce di rimando, per dire "Ho capito", prima di girarsi e andarsene.
   Ancora un attimo, poi lo seguo.

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Una Risposta to “Venerdì mattina ore 8:32: dopo il tramonto”

  1. Ele87 19 febbraio 2010 a 12:59 PM #

     Che bella descrizione! Peccato che Michele ti abbia riportato alla realtà!

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