Attento a ciò che chiedi

23 Mar

   Siamo ancora qui; Valter, Jonathan, Sara ed io. Ogni tanto Davide si affaccia dal suo ufficio: il lunedì è sempre pieno di scartoffie elettroniche da sistemare; fa quel che può, ma non riesce a stare molto in reparto, lo sappiamo.
   Giocherello con una matita: la faccio roteare tra le dita, dall’indice al mignolo e dal mignolo all’indice; così, mentre il tempo scorre.
   Sara mi passa davanti sgambettando concitata, mentre la cliente che sta servendo la segue lenta da lontano, indecisa se andarle dietro o se aspettare che torni lei. Jonathan si dà da fare con delle liste di prezzi, confrontando dei prodotti e inventariandoli per organizzare alcuni sconti. Valter è qui accanto a me, che sfoglia una rivista di motociclette. Credo che non abbia neanche la patente.
   – Tu sei felice qui al lavoro? – chiedo d’improvviso.
   – No – mi risponde con sorprendente prontezza, senza neanche staccare gli occhi dalla rivista.
   Lo squadro incuriosito, ma non mi fila, come se avesse dato la risposta più ovvia del secolo alla domanda più banale del millennio. Non è felice davvero, o mi stava solo prendendo in giro?
   Penso un po’ alla sua situazione. Lavora qui da un paio d’anni; il suo contratto è a tempo determinato per altri due; non ha ricevuto né aumenti di ore, né di stipendio, e non è previsto che ce ne siano nell’immediato – soprattutto di questi tempi; il salario non è da fame, ma non permette grandi progetti; e ogni giorno, per finire, si trova a contatto con gente che non lo considera una persona: lo considera un commesso.
   Effettivamente ho fatto la domanda più banale del millennio.
   Quasi per giustificarmi abbozzo un sorriso: – Dai, ancora un paio d’anni e passi all’indeterminato.
   – E chi lo vuole? – fa lui, concentrato su un’Honda con la scritta verde. Prima che possa chiedere spiegazioni stacca gli occhi dal foglio per puntarmeli addosso: – Ho detto che non so’ felice, qui. Devo volere un contratto a tempo indeterminato per essere indeterminatamente infelice?
   Sbatto le palpebre qualche volta di troppo, poi distolgo lo sguardo; mi passo la lingua sulle labbra secche e deglutisco qualcosa, mentre mi sembra che il cervello abbia messo un cartellino con su scritto "Torno subito". Quando rialzo gli occhi Valter ha cambiato pagina. Decido di non tornare più sull’argomento.

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Una Risposta to “Attento a ciò che chiedi”

  1. Puzzo 23 marzo 2009 a 2:18 PM #

    Da bravo ingegnere ti posso dire che:
    – Le costanti variano sempre, le variabili mai.
    – Il lavoro è quella cosa che sta tra due pause d’ozio.

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