Quattro commessi al bar (1)

27 Gen

   Valter, Michele ed io sorseggiamo lentamente il nostro minuscolo espresso. Non è davvero minuscolo, ma sorseggiare un espresso è comunque un po’ ridicolo. D’altronde, se a noi piace così, a chi importa se sembriamo ridicoli?
   – Dante, perché stai facendo spallucce? Sei ridicolo.
   Fabio mi scruta perplesso, mentre con un paio di colpi ben assestati svuota il… il?
   – Come si chiama il braccio della macchinetta del caffè, quello dove metti la polvere? – Chiedo.
   Fabio osserva l’oggetto che ha in mano.
   – Mh… "coso"?
   – Non avevo dubbi – esclamo.
   Lo esamina come se fosse la prima volta che lo vede, roteandolo gradualmente davanti agli occhi. – Caspita, non mi ricordo! E sì che lo uso centinaia di volte al giorno. E’ uno di quegli oggetti comunissimi di cui non ricordi mai il nome!
   – Già, – sorrido dopo un altro sorsetto, – tipo i cosini di carta dove vengono messi i pasticcini.
   – I pirottini – fa Valter.
   Fabio, Michele ed io interrompiamo ogni funzione non vitale e lo fissiamo increduli.
   – Eh?
   – I pirottini – ripete. – Si chiamano pirottini.
   – Co… che… – la lingua inciampa sul palato e sulle gengive prima d’ingranare: – Perché diamine sai questo genere di cose?! – Sbotto.
   – So’ nu guajone ‘nformato.
   – Ma se l’altro ieri mi hai chiesto se Barack Obama e Bin Laden fossero imparentati! – Fa Michele.
   – Uè, mica è colpa mia se c’hanno ‘o nome uguale.
   – Non è uguale!
   Valter pone fine alla discussione con un annoiato gesto della mano mentre fa scendere le ultime gocce di caffè sulla lingua. Con una smorfia torno al mio espresso, finendolo con un ultimo, brevissimo sorso. Guardo l’ora: è ancora presto, non attacchiamo prima di dieci minuti. Michele deve star pensando la stessa cosa, perché fissa l’orologio incerto sul da farsi.
   Fabio sorride: – Altro giro?
   Dopo una rapida occhiata d’intesa annuiamo tutti e tre. E’ piacevole potersi concedere un break un po’ più lungo prima d’iniziare. Sa darti un po’ di quiete prima dell’inevitabile tempesta.
   – Uff… – E’ Michele a sbuffare.
   Gli lancio un’occhiata interrogativa.
   – Niente, pensavo che domani mi tocca tornare da Ikea. Ho preso un comodino troppo largo e me lo devo far cambiare.
   – Sapete – esordisce Fabio mentre ci dà le spalle, intento a preparare i nostri caffè – l’altro giorno sono stato anch’io da Ikea: devo farmi una nuova scrivania, ché la mia sta in quella stanza da quando avevo tredici anni ed è piena di graffi e ammaccature. Comunque – si gira e uno a uno ci porge i nostri caffè, voltandosi poi un’ultima volta per prenderne un quarto, per sé – mentre gironzolavo tra i mobili mi fermo a vedere questa scenetta: un dipendente Ikea se ne sta dietro una piccolissima postazione bianca, con davanti una lunga fila di clienti. Saranno stati una dozzina, come minimo!
   Soffia sul caffè, poi lo assaggia una prima volta.
   – Non so perché, ma resto lì a guardare e mi rendo conto che quel dipendente si occupa solo di fornire spiegazioni ai clienti. Così ho pensato a quello che gli potessero chiedere. Ve lo immaginate? C’era gente con carta millimetrata e altra con degli scarabocchi su fogli bianchi, e tutti che stavano lì a dirgli cose tipo, chessò: "Ma c’è un mobile di queste dimensioni per il mio studio?" o "Sto dipingendo la mia camera di azzurro e bianco, avete il letto serie Vattelappesca di questo colore?".
   Ridacchia e, dopo un altro sorso, conclude: – Non so, ma immaginare che quel dipendente sta lì tutti i giorni, fisso alla sua postazione, a rispondere a domande del genere, mi ha fatto pensare: "Che lavoro di merda!".
   Si lascia andare in una risata sommessa mentre, con un’ultima sorsata, finisce del tutto il suo caffè.
   Noi no, non lo finiamo, a dire il vero non lo abbiamo neanche iniziato, il caffè. Fabio smette di ridere e mostra un’espressione dubbiosa, guardandoci esitante uno ad uno. Poi realizza, perché la bocca gli si apre a metà. E deve realizzare qualcos’altro, perché lo sguardo gli cade a terra, sui suoi piedi.
   – Ah – fa.
   – Eh… – annuisce Valter.
   Michele guarda altrove bevendo l’espresso d’un fiato.
   – Già -, concludo io.

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10 Risposte to “Quattro commessi al bar (1)”

  1. utente anonimo 27 gennaio 2009 a 4:50 PM #

    domanda forse cretina…
    perchè 4 commessi al bar?
    non eravate solo in 3?
    o devo aspettare la prossima puntata per capire?

    cat

  2. utente anonimo 27 gennaio 2009 a 4:54 PM #

    …Mi sono “bevuto” il tuo blog in 2 giorni scarsi… ottimo. davvero un ottimo lavoro…

    n’è che un giorno ci posti anche qualche foto? giusto per avere qualche “faccia” (o sedere, dato che a quanto pare sara ne ha uno fatto bene…) da collegare ad i tuoi racconti?

    ok.. immagino già la risposta… cmq… ancora ottimo lavoro, e in bocca al lupo per domani!

  3. littlecaesar 27 gennaio 2009 a 5:32 PM #

    Il “fattapposta”. Si chiama così…

    …e se non ci credi, chiedilo a Valter

  4. utente anonimo 27 gennaio 2009 a 6:05 PM #

    bellissima ahaahah
    questo fabio è una macchietta ahahha

  5. utente anonimo 27 gennaio 2009 a 8:47 PM #

    Si chiama “filtro”, come quello della moka tradizionale

    Uriel

  6. Puzzo 27 gennaio 2009 a 10:18 PM #

    Presumo che non legga il tuo blog, e soprattutto non sappia della figura di merda che farà in tutta Italia, isole comprese!

    🙂

    Penso cmq che abbia capito la grezza che ha fatto, ed è un buon posto per trovare altre ispirazioni: non lasciatelo…

  7. utente anonimo 28 gennaio 2009 a 10:27 AM #

    Ci sono lavori peggiori di quello di commesso, per fortuna. Il punto è che ogni ‘tipo’ di commesso si trova problemi diversi. Io lavoro in una ricevitoria del lotto/tabaccheria, ed ogni tanto mi sento un distributore automatico. Anche perché mi usano la stessa cortesia dovuta all’apparecchio di cui sopra, evitando per fortuna di prendermi a calci se mangio qualche monetina.
    Preferirei un lavoro dove i clienti sono costretti a rivolgermi la parola.
    C’è di buono che i rompiballe li sopporto al massimo per 5-10 secondi.

  8. utente anonimo 28 gennaio 2009 a 11:02 AM #

    Sigh…

    Fyaa

  9. Berenyke 28 gennaio 2009 a 12:24 PM #

    bauahuah va beh ma magari lui si riferiva al fatto che voi avete un compito un pò più normale che vi costringe ad incappare in clienti anormali.. e quello ha proprio un lavoro anormale per clienti anormali.. cioè poretto se voi vedete qualche scena assurda durante le giornate lavorative.. quello vede TUTTE scene assurde XD

  10. utente anonimo 28 gennaio 2009 a 4:13 PM #

    Ah, i lavori “di relazione con la clientela”… Io non sono fatto per questo genere di lavori.

    L’ho fatto solo per quattro mesi quando studiavo per l’università, e ricordo ancora quanto rimanevo allibito di fronte a certe domande e richieste.

    Ci vuole davvero disposizione per non urtare gente con convinzioni strampalate, arrabbiati a prescindere, oppure che ti trattano come se fossi il medico che deve salvargli il figlio.

    A proposito, giusto per la cronaca, facevo assistenza ai personal computer.

    Bel blog,
    complimenti 😉

    Phitio

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