Vivo

23 Mag

Cari tutti,

scusate la prolungata assenza: sono vivo e vegeto. Devo solo riordinare un bel po’ di cose personali e lavorative, ma spero di poter tornare presto con buone news. Nel frattempo vi abbraccio e vi chiedo scusa per l’assenza: è tutta una grossa crisi, ma noi troviamo sempre i modi di divertirci e stare bene, no?

Vi abbraccio tutti,
Dante

Spy story

5 Apr

– Bella festa, domenica.
– Quale festa?
– Quella a cui sei andato.
Che diamine ho fatto domenica? Una festa?
– Michele non capisco di che stai par…
– Non sei andato a quell’evento di danza? “Roma danza qualcosa da qualche parte”.
– “Roma danza nel segno delle culture”, mi pare. Sì, mi ci ha portato Sara. Bello.
Sorride.
Sorrido. Ma non so perché.
Socchiude gli occhi: – Sta attento amico, ti osservo.
Eh?
– Eh?
Se ne va. Prende un pacco di Samsung sotto braccio e se ne va.
Poi realizzo.
– Guarda che Facebook lo sappiamo usare tutti! – gli urlo dietro.
Something strange happened here.

Ninja!

16 Mar

– Sono un ninja.
– Smettila Valter, non sei un ninja.
– Sono un ninja, ti dico.
Afferro una penna e gliela lancio dritta in faccia. Lo prendo in pieno.
– Ma che cazzo fai?!
– Se fossi stato un ninja l’avresti evitata.
Michele passa da qui annuendo: – Sei più un “minkia”.
– Sì, – rifletto – un “Teenage Minchia Valter”.
– Vaffanculo guajo’.

La crisi in pollici

6 Mar

– “Ma cos’è questa crisi? Paraparapappapà! Ma cos’è questa crisi? Paraparapappap…”
– Ma ti sei rincoglionito?
– Ué guajo’, sto solo cantando.
– E io sto servendo un cliente, se non l’hai visto.
Valter sbuffa, Michele si scusa e torna a parlare di toner col signore occhialuto.
Sara soffoca una risata a stento e io con un gesto le dico di lasciar perdere.
– Caffè?
Storce la bocca. – Sarebbe il quarto.
– Mica lo devi prendere tu.
– Ah grazie! – sorride.
Ci diamo un bacio virtuale e Valter finge di vomitare proprio quando una cliente mi chiama con un cenno.
– Scusi…
– Dica.
– Ieri ho letto su un volantino che avete dei monitor in offerta…
– Gli Asus, sì, ce ne sono ancora. Quale vuole?
– Quello per il computer.

– Ok, lo immaginavo – commento. – Mi chiedevo di quanti pollici lo vuole.
La signora sbatte le ciglia con disincanto: – Pollici?
– Sì.
– Cioè?
– “Cioè” cosa?
– Pollici numerici?
– Eh?!
Sara comincia a ridere e si allontana. Valter riprende a canticchiare Rodolfo De Angelis.
– Ma – riprende la signora, – intende le dimensioni? Ma si dice pollici? Ma in Italia non usiamo i centimetri?
Ok, no, non ce la posso fare: non ho intenzione di spiegare la storia delle misure degli schermi a questa signora. In realtà sarei tentato di dirle che dopo l’Euro i Pollici sono il grande cambiamento dovuto all’essere entrati nella UE, ma non so dove mi porterebbe questa strada.
– Quanto grande lo voleva, il monitor? Più o meno così? – chiedo ponendo le mani coi palmi rivolti l’uno verso l’altro a una quarantina di centimetri di distanza.
– Un po’ più piccolo.
– Venga, le faccio vedere dove sono.
– E’ lontano?
– No, solo trenta piedi.
– Trenta cosa?!
Dovevo dirlo.

Si chiama psicosi

27 Feb

– Oggi, in macchina, ho sentito una canzone che diceva “Fuck you very very much”.
– Bella – risponde Michele con scarso entusiasmo, – dovremmo metterla in reparto.
Un reparto semivuoto. Mario riordina alcuni DVD, Sara scribacchia qualcosa appoggiata alla scrivania, Jonathan…
– Dov’è Jonathan?
Michele smette di fare quello che stava facendo e getta un occhio verso la porta della sua stanza. Chiusa.
Sospiro. E’ un periodaccio per il vecchio.
– E’ un periodaccio per tutti – ciancica depressa la spillatrice.
– Michele, che vuol dire quando inizio a vedere gli oggetti che parlano?
– Cazzoneso, sei tu lo psicologo.
Non ha tutti i torti.
– Comunque, gli rispondi?
– A volte.
– Allora sei fregato.
Diamine.
Pinzo una matita tra due dita e la faccio oscillare guardandola mentre si deforma.
Un tempo mi piaceva lavorare qui, ora è qualcosa che dovrei lasciarmi alle spalle. So che dovrei farlo, ma non ci riesco. Anni qui dentro: come fai a mollare? Ci sono un sacco di cose che ti porti dietro, un po’ come quel sacco di cose comprate senza un valido “perché” e lasciate lì a impolverare; quelle cose che, dopo aver dato la moneta al cassiere, ti fanno dire: “Cazzo… ma che l’ho comprata a fare?”.
– La tua situazione è diversa: a te piaceva qui, è adesso che non ti piace più – mugugna la spillatrice.
– Ma chi t’ha chiesto niente! Tornatene a cucire fogli, o qualunque altra cosa tu faccia.
Si chiama psicosi.

E chi se ne frega

20 Feb

– Niente busta, grazie: risparmiamo plastica.
Michele solleva un sopracciglio, seguito dagli occhi, fino al mento, che fa sollevare tutta la testa di qualche grado per puntare lo sguardo sul cliente.
Ci risiamo.
– Non è plastica risparmiata, ci hanno già fatto un sacchetto – sentenzia con una smorfia.
Il ragazzo è spiazzato, poi ha la malaugurata idea di voler rispondere.
– Ma se tutti facessero come me verrebbe usata meno plastica per i sacchetti.
Michele guarda altrove: – Sse, devo dedurre che non ha idea di quante migliaia di sacchetti consumiamo ogni mese.
Il ragazzo corruga la fronte: – Beh, comunque…
– Comunque – lo interrompe Michele, – se lei il sacchetto lo riutilizza, anziché buttarlo, allora sì, sarà plastica risparmiata.
Quanto gli piace fare questa osservazione. Da quanto qualche filosofo in erba l’ha riportata su Wired, lui l’ha fatta diventare uno dei suoi personali Dieci Comandamenti – prima di “Stai mentendo” e dopo “Non avrai altro dio all’infuori di me“.
Il ragazzo sorride il sorriso di circostanza che Jack Nicholson, dall’alto dei suoi tre premi Oscar, non è mai riuscito a interpretare. Afferra il sacchetto, e se ne va.
– E’ uno stronzo – dice la bambolina voodoo rivolta a Michele.
– Sei uno stronzo – dico a Michele. – Non l’ho detto io, l’ha detto la bambolina voodoo.
– E il mio portapenne ti ha appena detto “Fottiti”.
– Stronzo.
– Fottiti.
E ce ne fottiamo. Come sempre.

Neve

13 Feb

– A quanto siete?
– Trentatre.
Michele soppesa la risposta e poi annuisce: – E’ un buon numero.
– Cosa? – chiede Mario appena varcata l’uscita del Centro.
– Lasciali perdere – fa Sara alle nostre spalle, – sono crudeli.
– Dai amore, non facciamo male a nessuno – rispondo rivolgendole un sorriso di lato.
– Ridete dei poveracci che cascano sul ghiaccio davanti all’ingresso! Dimmi tu se non è crudeltà questa.
– Crudeltà passiva! – grida Valter chiudendosi la sigaretta.
Michele lo squadra infastidito.
– Perché urla? – mi chiede.
– Dice che gli si è rotto il caps lock – rispondo.
– Che gli si è ro…
Non termina la frase: alza gli occhi al cielo, ci manda a quel paese e se ne torna dentro.
– Comunque guajò, vi dico che oggi non viene nisciuno! – strilla Valter.
Il Centro è un deserto di ghiaccio. La strada di fronte è vuota, le strade accanto pure. Non si sente niente, non si muove niente, neppure un uccello. Fa troppo freddo per tutti, credo.
– Dannata neve… – mormoro.
Mario scruta il paesaggio dai suoi 191 centimetri di altezza.
– Ma almeno non c’è gente.
– Sono a lavoro e non lavoro: fantastico.
Contempliamo in silenzio la decadenza della nostra condizione: commessi che non commettono. Espiro qualche altra gelida nuvoletta di fiato e tiro su il bordo della kefiah. Tutto è immobile sotto il manto soffice della neve; Roma non si muove, non dorme, è più come mummificata: mi chiedo qual sia l’incantesimo che la risveglierà…
– Trentaquattro.